
Dopo una triste gita a vuoto di qualche mese addietro, di cui vi risparmio i risvolti fantozziani, finalmente ce l’ho fatta!
Rientro ora da una delle mostre di fotografia più belle che abbia mai visto.
200 scatti, talvolta isolati, talvolta parte di una “photographic story”, raccontano 50 anni di carriera di uno dei fotografi più geniali e spontanei del nostro secolo. Per la prima volta, delle immagini non scattate da me mi hanno trasmesso sensazioni ed emozioni forti, e il mio apprezzamento non si è limitato agli aspetti tecnici o allo stupore per la perfezione dell’istante catturato nella foto.
Duane Michals (USA, 1932) sino ad allora graphic designer, esordì come fotografo nel 1958, in occasione di un suo viaggio in URSS nel corso del quale, con una macchina fotografica presa in prestito realizzò una serie di ritratti di gente comune che riscossero un enorme successo in ragione della loro semplicità ed incisività (questa serie di ritratti è stata da lui intitolata “The photographs that changed my life” – mi viene da chiedermi se, impegnandomi a fondo e ancora di più, sono ancora in tempo anche io…). Da quel momento in avanti continuò a fotografare e ad innovare il mondo della fotografia: da un lato con i Foto-Racconti, sequenze di scatti che descrivono per lo più scene di breve durata, con un impianto ed un linguaggio quasi cinematografici, dall’altro con i Foto-Testi, in cui immagine e testo si fondono dando vita a un risultato unico, talvolta ironico, talvolta carico di risvolti profondi e drammatici.
Non vi racconto oltre dell’autore, solo qualche riflessione personale sulla mostra.
Spesso mi sono chiesto se la fotografia abbia o no il diritto di essere considerata arte. Oggi sono riuscito a rispondermi in modo univoco: sì, almeno in certi casi.
In 200 fotografie oggi ho visto poesia, ironia, introspezione, riflessioni sulla morte, sulla società e sulla religione. Nemmeno in una di queste immagini ho colto “il lato commerciale della faccenda”. Mi spiego meglio. Nemmeno i ritratti di personaggi famosi (per lo più artisti, da DuChamp a Wharol, passando per Magritte ma anche attori, registi ecc. ecc.) sembrano realizzati su commissione, ma appaiono come il frutto di un’ accurata ricerca volta a confondere il soggetto con il frutto della sua arte.
Una bellissima mostra in bianco e nero, ad eccezione dell’ultima serie scattata in Giappone (2007) e di qualche caso isolato di – credo – almeno 15 anni fa, con tante stampe in piccolo formato (splendide), testi scritti a mano dall’autore, emozioni e sentimenti che da Michals si sono trasmessi alle foto e da queste agli spettatori.
Se siete da quelle parti approfittatene: sino al 14 settembre, Verona, Scavi Scaligeri (in centro, dietro Piazza delle Erbe), lunedì esclusi, dalle 10 alle 19.
Credetemi, i 4.10 euro del biglietto di ingresso sono soldi ben spesi.